UCRAINI E RUSSI

 

I giornalisti dell'élite continuano a raccontare. Zelensky di qui, Zelensky di là. Vincerà la guerra? Come no! La vincerà e  caccerà Putin.

Come non si può non ricordare che già nei primi giorni, dopo il  primo sistema di sanzioni, c’era chi infallibilmente prevedeva il fallimento della Russia in una settimana! poi dopo due settimane, poi entro un mese. Poi altre sanzioni, altre sanzioni, altre sanzioni e via di questo passo, a cui seguivano le solite litanie, entro una settimana, due, tre: con queste non può reggere, Putin è malato, i russi si ribellano e lo detronizzano, i russi fanno la fame, i supermercati sono vuoti, il burro costa come l’oro, non durerà un altro mese. Certo la Russia fallì ma aveva i soldi e l'Occidente non li ha voluti. Una comica degna di Totò, che rivoltandosi nella tomba rideva e diceva: “Ancora mi copiano”

Tutti questi esperti che puntualmente sbagliavano e sbagliavano e risbagliavano, erano saggi, studiosi, colti o Sibille fasulle o più semplicemente ignoranti e cretini? O ciechi, che non vedevano le croci uncinate tatuate sui corpi ucraini ma li vedevano in Italia perfino nei formicai?

Stanche di dire “fallirà in una settimana, in due, in tre, in un mesi in due mesi, s’accordarono sulla definitiva sentenza. “ Lo faranno nel lungo periodo.”

E intanto fiorivano gli intellettuali in tivù. Era divenuta virale una battuta di non so quale giornalista americano. “Gli americani combatteranno i russi fino all’ultimo ucraino.” bella frase e realistica ma l'intellettuale di turno, con la voce del padrone, ribatteva “Non sono gli americani ma i russi che stanno sterminando gli ucraini.”

A costoro vorrei chiedere: “Quando i nostri generali ordinavano ai nostri poveri fanti, durante la prima guerra mondiale, l’attacco e quelli uscivano dalle trincee al grido: SAVOIA, Savoia, correndo a farsi ammazzare e senza fermarsi perché da dietro altri fanti italiani avevano l’ordine di sparare nelle loro schiene, se si fermavano, chi uccideva? Cadorna? Gli austriaci? Chi uccide oggi là con armi in campo ben più micidiali? Zelensky, Biden, Putin?

Ce lo dice un’altra circostanza storica. L'America, con la NATO o senza Nato, ha perso tutte le guerre, a cominciare da quella in Corea. Cuba, la fuga da Cuba, il Vietnam la fuga dal Vietnam, nonostante la macelleria, bombe, bombe e napalm un disastro terminato dopo centinaia di migliaia di morti, invalidi, mutilati con una vergognosa fuga, abbandonando all’ira vietcong i vietnamiti che avevano collaborato.

Dopo il Vietnam, l’infinito disastro di vent'anni in Afghanistan, concluso con una fuga ancor più vergognosa, poi la Siria, l’Iraq e, in America latina, le dittature in Cile, in Argentina, i Contras in Nicaragua. Disastri dappertutto, la grande potenza umiliata nel mondo e in Sudamerica dove tutte le dittature imposte sono crollate. Di qui l’esigenza di cambiare strategia: “Visto che il nostro esercito non vince, facciamo combattere gli altri e noi? Noi via con le bombe e le sanzioni: bombe, bombe, bombe, sanzioni, sanzioni, sanzioni come in Libia, Serbia e Ucraina.

 

Ma supponiamo pure che gli ucraini (o la NATO o gli americani o Zelensky) riescano a riconquistare tutto, compresa la Crimea. E poi? Poi che faranno?

Napoleone, conquistata Mosca, dalla quale l’esercito russo s’era ritirato appiccando gli incendi che la stavano divorando, e lasciandoli al freddo di morte - era convinto che, persa Mosca, lo Zar sarebbe accorso ad arrendersi. Sicuramente lo Zar sapeva di questa balorda illusione e altrettanto certamente se la rideva tra sé e con la corte. “Magari” avrà commentato: “mandategli un emissario dello Zar di tutte le Russie che dica a quel cretino che lui ha appena messo un piede nella nostra immensa Russia. Che venga, che venga, lo stiamo aspettando ma per favore non si prenda troppo tempo. Ora i suoi soldati si stanno scaldando con il fuoco di Mosca ma presto torneranno a provare il nostro tremendo freddo – probabilmente, questo disse o qualcosa di simile, addentando tranquillo la sua coscia di pollo, mentre Napoleone con il suo esercito stremato, era già in fuga, disordinata, incalzato dai soldati russi che non davano tregua., fino al disastro della Beresina.

Il secolo successivo fu Hitler coi suoi nazisti a  farsi la loro passeggiata in Russia. Una al secolo, poveri e derelitti europei.

Napoleone aveva fatto una brutta fine ma, santo cielo, era stato veloce e solo l’inverno l’aveva battuto. Un problema che non esisteva per Hitler e i suoi generali. Quel povero esercito di napoleonidi aveva dovuto farsi tutta la strada a piedi, tranne quei pochi privilegiati seduti sul cavallo: - Eppure sono andati veloci e figuriamoci noi con i nostri panzer, i nostri camion, le nostre motociclette. Saremo veloci come la luce, sarà una guerra lampo e quando torneremo, qui ci diranno: "Siete già qui?”

Ma quello Stalin l’aveva fatta dura e feroce. I russi combattevano ma non si arrendevano; si facevano insaccare ma intanto l’esercito tedesco doveva fermarsi a snidarli e il tempo passava. “Sconcertante e folle” dovevano commentare fra loro i generali  tedeschi “Si intestardiscono e preferiscono sacrificare centinaia di migliaia di uomini, piuttosto che ritirarsi ed evitare l’accerchiamento. Se continua così  non resterà vivo neppure un soldato russo. Coraggio! Avanti! Bene così” ma la terra russa non era paragonabile alla terra francese. Lì  tutto era dominato dall’immensità e dal terribile clima. Non si sa cosa passava nella testa di Stalin e dei suoi generali che sicuramente soffrivano a vedere tutti quei soldati russi morti o prigionieri, ma  l’ordine tassativo di Stalin era di non arretrare, di non cedere neppure un palmo di terreno, di morire combattendo.. Stalin ragionava in conformità alla terra madre russa, all’enormità dal terreno dal confine a Vladivostok e non cedeva, mentre  intanto il tempo passava, l’inverno si avvicinava e, prima dell’inverno, come è sempre avvenuto da che mondo è mondo, sarebbe arrivato l’autunno con le sue piogge. E le piogge finalmente arrivarono.

Non so che si aspettassero gli eserciti tedeschi ma certo non trovarono comode strade d’asfalto o piastrellate. Non fu così e le strade si trasformarono tutte in enormi insuperabili pantani, che bloccarono l’avanzata. 

I carri, i panzer, le moto, pesanti com’erano, creavano solchi e affondavano, bloccandosi e mettendosi di traverso, sicché li si doveva spingere un carro con un altro carro, finché anche questo si impiantava. Un disastro che i tedeschi neppure lontanamente immaginavano. Alla fine i mezzi impantanati venivano spinti fuori  strada, mentre ancora tutta la carovana era ferma e, fermandosi. affondava nella melma e non ripartiva. I tedeschi ora cercavano cavalli per farsi aiutare e sicuramente invidiavano l’abbondanza di cavalli dell’esercito di Napoleone 

L’esercito avanzava ma avanzava a fatica; la guerra lampo era un ricordo e gli ufficiali cominciavano a riflettere sui loro morti. Più di un milione fra morti e mutilati, un macello infinito mentre  i Russi morivano ma ne arrivavano sempre altri. 

Poi arrivarono finalmente il gelo e le strade gelate , su cui i carri tedeschi potevano fare presa e non affondare. L’avanzata riprese e, con l’avanzata, l’ottimismo ma durò poco, il termometro cominciò a scendere, per poi scendere a precipizio. I tedeschi e gli alleati conobbero il freddo russo che scendeva fino a quaranta sotto zero. Un inferno micidiale in cui I soldati non potevano neppure urinare all’aperto perché l'urina e il pene ghiacciavano e si staccavano.

L’inverno era arrivato e i soldati non avevano neppure le divise invernali. L’illusione della guerra lampo era svanita nel gelo e gelavano anche i pensieri . Mosca ora era vicina a portata di mano, ma quel diavolo di Stalin aveva fatto arrivare i siberiani, soldati imbacuccati e coperti di pelliccia bianca. Nella neve non li vedevi neppure. Intanto l’esercito Russo ora, davanti a Mosca, sfuggì all’accerchiamento e non si fece più insaccare. Stalin si preparava a difendere Mosca con i militari e con i civili che scavavano una trincea dopo l’altra. 

Mosca faceva paura e Stalin aveva fatto spostare le fabbriche all’interno. I tedeschi sapevano bene che  le città e i villaggi avevano combattuto prima di arrendersi, anche quando il fronte era ormai lontanissimo; lo stesso sarebbe successo a Mosca, dove si sarebbe combattuto strada per strada. La città non si sarebbe mai arresa e i russi sarebbero spuntati dietro di loro da tutte le parti dovunque alle loro spalle come già, fin dai primi giorni, spuntavano e sparavano i partigiani. Forse Hitler incrociava le dita e aveva ben ragione di farlo. Leningrado resisteva e il tentativo di conquista di Murmanskea, unico e vitale porto al quale approdavano gli aiuti occidentali, era fallito, manifestando, se mai ce n’era bisogno, l’enorme anomalia della Russia.

 

I tedeschi avevano studiato la carta geografica della zona e volevano a tutti i costi quel porto militarmente più importante di Leningrado e di Mosca. Sulla cartina avevano individuato la strada, contorta ma chiara. S’inerpicava sulla montagna che dominava il porto e scendeva dalla cima fino alla città. Anche in questo caso si erano probabilmente detti: “Non una passeggiata ma quasi” e avevano inviato forze ben al di sopra del necessario, perché il porto doveva cadere a tutti i costi e velocemente nelle loro mani per bloccare gli aiuti americani.

 Ma la strada non c’era. La cercarono e trovarono a malapena un sentiero ormai invaso dalla vegetazione. Pensarono che la mappa riportasse come strada quel sentiero ma anche questa interpretazione risultò fasulla. Solo più tardi conclusero che la cartina non era un falso ma che quella carta riportava il percorso dei fili del telegrafo, anch’esso abbandonato. Ora a Murmansk  arrivava la ferrovia ma per giungere alla ferrovia dovevano conquistare prima la città.

Saltiamo il disastro di Mosca e arriviamo all’estate successiva.

Siamo in piena estate quando a sud i tedeschi cercano di arrivare al petrolio, inseguendo l’esercito russo in sterminate pianure brulle, soffocanti, polverose di grano o girasoli.” Quelle pianure sterminate col suo gelo invernale, il suo asfissiante caldo estivo, le sue distese di steppe, polverose e deserte o coperte di grano o di girasoli” racconta un soldato tedesco “i russi ce l’hanno nel sangue da innumerevoli secoli prima che la follia omicida della patria romantica si affacciasse alla cultura occidentale.

 Come i tedeschi raggiungevano i fiumi, piccoli o grandi,  trovavano valli ubertose, verdi, coltivate con gente accogliente. Lì non c’erano né polvere né girasoli ma uova in quantità, carne, polli, latte, formaggio, vino, vodka e pane in quantità. U Paese di bengodi lo erano veramente quelle valli lunghe, larghe e infinitamente verdi.”

“E dire”, pensavano i tedeschi, soprattutto i loro capi“, che di qui è già passato l’esercito russo e ha fatto man bassa. Chiedevano dei russi ma gli abitanti rispondevano: “Soldati russi? Mai visti. Neppure uno” dicevano allegri e non si sapeva se raccontavano palle o se veramente l’esercito russo era passato chilometri sotto o chilometri sopra.

E’ probabile che i comandanti tedeschi abbiano pensato “L’immensa Russia è ricca e piena di sorprese. Come possiamo pensare di batterli? Adesso siamo lontanissimi da casa, non ce la ricordiamo neppure più e dobbiamo continuamente fermarci per aspettare rifornimenti che non arrivano mai, o arrivano marci. Mentre qui si muore di caldo e tutto si scioglie; quei cretini laggiù sono capaci di farci ora arrivare i cappotti invernali.”

Forse questi pessimistici pensieri s’erano ormai insediati nelle loro teste: “La grande Russia l’abbiamo appena toccata. Troppo grande per conquistarla, specialmente ora che hanno imparato a ritirarsi. Per quanto? All’infinito. Siamo qui” si dicevano, puntando il dito sulla cartina, abbiamo appena fatto il primo passo. la Russia è troppo per noi. Sarà la tomba per tutti.

 

Gli ardenti profeti e missionari della democrazia pensano che andrebbe in tutt’altro modo, ma la storia non ci insegna una simile visione e l'America da sola o con la NATO ha perso tutte le guerre dove ha inviato il suo esercito a conquistare. Per questo ha cambiato. Ora, sanzioni, bombe e poveri cretini che a terra si fanno ammazzare per l’Occidente. In ogni caso la speranza che Putin, o chi per lui, venga a Canossa, ad arrendersi e inchinandosi al Comico, accompagnato dai criminali NATO, e da tutti i nostri giornalisti, dica::“Perdonami, la Russia è tua?” è del tutto illusoria.

I russi pensano: “Anche se la proiezione di Mercatore esagera, la Russia è immensa, “Tanto immensa da seppellire con onore i suoi venti milioni di morti contro l’aggressione nazieuropea e gli altri milioni di morti che farete con la prossima invasione. Mi correggo: non ‘prossima invasione’ ma ‘prossima disastrosa invasione’: la sterminata Russia ha sepolto già i tedeschi, le SS ucraine, quelle tedesche, i tedeschi, i rumeni, gli Italiani, i Francesi. Venite: c’è posto per tutti, non solo per i nostri morti. E’ grazie ai venti milioni di morti russi se oggi Biden e Zelensky  non ubbidiscono a Hitler. E dire che il vostro Patton, vinti i tedeschi, voleva subito imitare Napoleone e Hitler. Santo dio, un po’ di pazienza, cari americani, cara UE, cara Nato, aspettate almeno un altro centinaio di anni.”

Ezio Saia

 esaiae07@gmail.com

 



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