L'intuizionismo di Odifreddi
Grande considerazione per le belle conferenze di Odifreddi sulla storia della logica e della crisi dei fondamenti, che ho scoperto da poco e sto ascoltando, ma qualche discordanza, una dei quali rig uarda l’intuizionismo. Cercherò di parlarne ora ma per favore chi legga tenga conto che sono solo un dilettante.
Considero l’intuizionismo una filosofia che corre sul principio
“Si conosce solo ciò che si costruisce” che Hobbes prese come principio guida
della sua filosofia e che Vico accalappiò al volo per dare inizio alla sua
filosofia della storia. Una filosofia che accomuna la storia del “costruire
solo con riga e compasso di cui lei parla e la filosofia del sapere di Hobbes,
con la differenza che i matematici greci non limitavano l’esercizio della
matematica a quei problemi mentre per Hobbes si conosce solo ciò che si riesce
a costruire. In questo senso sono diffidente al pensiero che la matematica intuizionista
sia una parte della matematica generale nello stesso senso con cui lo è la
parte della matematica che studia ciò che si può costruire con solo riga e
compasso.
Quanto alla derivazione e ai motivi del suo sorgere, lo vedo più
come a uno dei possibili esiti dovuti allo scoppia della bomba Cantor.
L’edificio
di Cantor ebbe fra i matematici appassionati ammiratori e tenaci detrattori:
per alcuni, tra cui Hilbert era un paradiso, per altri, tra cui Kroneker e
Poincarè, un palazzo di orrori, un colosso dai piedi di argilla, quasi una
truffa, per altri ancora, tra cui Herman Weyll una fonte di esaltazioni e di
dubbi, quasi una moderna torre di Babele.
Dopo
Cantor la matematica non poté più essere la stessa. L'illimitata serie degli
Aleph era stata ottenuta con un procedimento dimostrativo non costruttivo e
coloro, che in essa videro un parto mostruoso e fantastico, puntarono il loro
dito accusatore su quella dimostrazione. (*)
In
realtà era l'essenza stessa del ragionamento matematico che vacillava. Quando
si afferma che questo tipo o quel tipo di inferenza o concettualità non sono di
tipo matematico, si pone la domanda su quali siano le entità accettabili in
matematica e quali siano i ragionamenti corretti, quali i criteri per giudicare
di questi e di quelli. Questa domanda sulle entità e sui tipi di inferenza è
tanto più inquietante perché coinvolge e nasconde l'antico e irrisolto enigma
ontologico su ciò che c’è in matematica e su cosa sia la matematica.
La matematica è una scienza di scoperta o d’invenzione? Se è una costruzione
come dobbiamo costruirla?
Borges
pone Zenone e Kafka fra i creatori di labirinti, e Cantor fra i risolutori di
quegli labirinti. E’ più probabile che Cantor appartenga sia agli uni che agli
altri. In lui convissero il mistico che lo attirò nei labirinti dell'infinito
ed il razionale che lo spinse a ordinarli. Sia Cantor che Dedekind fecero un
uso intenso degli insiemi, ma mentre il secondo lo vedeva come un sacco di
oggetti, il primo lo vedeva come un abisso. Cantor pensava di essere solo un
descrittore di quel mondo che solo l'infinita grandezza di Dio aveva creato.
Per se stesso aveva riservato unicamente il merito di un'attenta lettura. Altri
vi videro non una lettura fedele, ma una grandiosa ed onirica costruzione che
qualcuno paragonò alla creazione del Kublai Khan di Coleridge. In questi
diversi atteggiamento rivivono le opposte ontologie del realismo platonico e
del nominalismo aristotelico.
Si
è già detto che per Kronecher, potente professore a Berlino, l’edificio di
Cantor non era che un indominabile marchingegno
per la creazione di mostri. Nella sua lotta contro Cantor fu
impietoso. La sua vittoria fu pressoché totale. Le idee di Cantor, furono
bollate dal mondo accademico come eretiche e errate. La sconfitta di Cantor, fu
così cocente da indurlo alla più cupa depressione e al suicidio. Il contrasto
fra i due fu, oltre che personale, uno scontro tra due ideali, tra due
interpretazioni del mondo e della matematica.
Borges
nel suo L’usignolo di Keats, ricordando
come, secondo Coleridge, gli
uomini nascano aristotelici o platonici, commenta:“ Gli ultimi sentono che le
classi, gli ordini e i generi sono realtà; i primi che sono generalizzazioni;
per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo gioco di simboli; per
quelli è la mappa dell’universo. Attraverso le latitudini e le epoche, i due
antagonisti immortali cambiano di lingua e di nome: uno è Parmenide, Spinoza,
Kant, Bradley; l’altro, Eraclito, Aristotele, Locke, Hume, William James.”
Coleridge
e Borges avrebbero interpretato il caso Cantor-Kroneker, non come uno scontro
fra quei caratteri singolari che furono Cantor e Kroneker, ma piuttosto come un
episodio della guerra eterna che oppone la concettualità aristotelica a quella
platonica, in loro incarnate. In effetti, i grandi oppositori di Cantor, come
Poincarè, Kroneker, Weyll e Brouwer, erano gli esponenti di una maniera nominalista di far matematica che
in precedenza aveva annoverato fra i suoi credenti anche il grande Gauss.
Rivive nei seguaci di Cantor e nei suoi detrattori l'antico contrasto fra
realismo e nominalismo, fra aristotelici e platonici, fra una concezione
costruttivista e una descrittiva della matematica, un contrasto che in qual che
modo impregna di se tutta la storia del pensiero in generale e che, dopo
Cantor, emerge in maniera esplicita e consapevole anche in quella matematica,
che molti suoi cultori ritenevano al sicuro da ogni corruzione filosofica.
La
dimostrazione che Cantor aveva posto a base dell'esistenza dell'infinita serie
degli Aleph non era costruttiva. Per tutti i matematici che, in una
qualche maniera credono, in un universo in cui numeri classi e
relazioni esistono, l'obiezione contro l'uso delle dimostrazioni non
costruttive era irrilevante. Per gli altri, che vedono i numeri e le infinite
geometrie come costruzioni, i procedimenti non costruttivi erano almeno
sospetti. Mentre per i primi il mondo di Cantor è quasi irrefutabile per i
secondi è possibile l'alternativa dell'accettazione o del rifiuto. Ciò che li
divideva erano gli insiemi infiniti. Ha senso parlare di infinito attuale in
aritmetica o l’unico infinito ammissibile è quello potenziale? Come influisce
nel ragionamento matematico e nei suoi risultati la risposta a questa domanda?
La questione, non era solo di principio, ma coinvolgeva piani concettuali
diversi e distinti che complicavano e articolavano enormemente l’ambito di ciò
che si doveva considerare matematica.
E’
naturale che i predicativisti accettassero solo infinità numerabili (e quindi
dominabili) e che comunque ogni passaggio costitutivo di enti dovesse avvenire
con definizioni non ambigue. Chiamate in causa erano soprattutto quelle
espressioni ambigue per eccellenza contenenti o il quantificatore universale
"Tutti i...” o il quantificatore esistenziale “Esiste almeno un...”.I
quantificatori furono introdotti in logica da Frege e la loro interpretazione
divenne subito un’ossessione. Frege e Russell, in coerenza con la fede
platonico-realista di entrambi, li usarono con disinvoltura, senza porsi alcun
drammatico interrogativi.
Per
Frege e per Russell le espressioni con quantificatori erano "vere"
proposizioni munite di senso riguardo alle quali si poteva, almeno in linea di
principio, poter giudicare circa la loro "verità" o la loro
"falsità". Questa convinzione era osteggiata dai predicativisti. Sia
Brouwer sia Hilbert sia Weyll negavano a queste espressioni lo statuto di
proposizioni. Che senso possiamo dare, sosteneva Weyll, ad espressioni del
tipo "Esiste un x tale che..." quando non disponiamo di una procedura
per produrre questo esemplare di cui affermiamo l'esistenza e di cui, quindi
non sappiamo come possa essere costruito o, addirittura, se sia costruibile?
"Se la conoscenza è un tesoro",
dice Weyll, “la proposizione
esistenziale è un documento che ci attesta l'esistenza del tesoro, ma non ci
dice dove trovarlo "Il che è come dire che è insensato asserire
che quel tal numero se non si sa come costruirlo.
Brouwer,
assai più radicalmente, negò validità incondizionata al principio del terzo
escluso. A proposito del numero ha senso chiedersi se sia razionale
o irrazionale? Brouwer lo escludeva: visto che il numero non può
essere costruito.
Una
diversa matematica o solo una diversa filosofia della matematica? Probabilmente
la seconda anche se devo ammettere che questa diversa filosofia influisce sui
risultati.
Un
grande grazie, in ogni caso al Prof Odifreddi in una cultura, quella
italiana, dove la cultura è ancora crociana. Ma Croce era un grande filosofo
mentre i suoi seguaci, l'intera classe dei giornalisti, è solo ignorante. Le
conferenze di Odifreddi mostrando che la matematica non è un insieme di
ragionamenti puramente meccanici, sono anche un salutare ponte tra cultura
scientifica e cultura umanistica.
Ezio Saia
esaiae07@gmail.com
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